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L’elefante
Le stelle marine
Le pietre della vita
Amore e pazzia
Le cose non sono sempre quelle che sembrano
La porta piccola
I chicchi di grano
Il bambino e la sorgente
Prendimi la mano
I chiodi nello steccato
Le 4 candele
La foresta
L’incontro
I due boscaioli
Un bicchiere d’acqua o il mare
L’aragosta
La cisterna screpolata
L’invito
Le due sorgenti
Il falco nel pollaio
La formica n. 49.783.511
Per chi cammini?
Le orme del creatore
Il profumo dentro di noi
Il falenino e la stella
Sotto la stufa
La trappola per topi
Il cane allo specchio
Si trova sempre ciò che si aspetta di trovare
La foresta
Il cieco e lo zoppo
La fontana
Le 3 pipe
La storia dei colori
L’avventura dei ricci
Il paese dei cani
Il fuoco
Due teste
La storia dei biscotti
Carote, uova o caffè?
L’ELEFANTE
C’erano una volta sei saggi, che però erano ciechi.
In città fu condotto un elefante ed essi vollero conoscerlo,
perché non ne avevano mai visto uno. Essendo ciechi decisero
di conoscerlo toccandolo.
Il primo toccò l’orecchio grande e piatto e disse:
“è come un ventaglio”.
Un altro toccò le zampe e disse: “è come un
albero”.
Il terzo, toccando la coda, disse: “sbagliate entrambi: è
come una fune”.
Il quarto toccò le zanne e disse: “macchè, è
come una lancia”.
Il quinto, toccando il fianco dell’animale disse. “ma
no! E’ una muraglia”.
L’ultimo, afferrata la proboscide, disse: “avete tutti
torto, è come un serpente”.
I sei saggi ciechi si accapigliarono per un’ora gridando:
“Ventaglio!Albero!Fune!Lancia!Muraglia!Serpente!”
E non riuscirono a capire come fosse fatto un elefante! Top
LE STELLE MARINE
Una tempesta terribile si abbatté sul mare. Lame affilate
di vento gelido trafiggevano l'acqua e la sollevavano in ondate
gigantesche che si abbattevano sulla spiaggia come colpi di maglio,
o come vomeri d'acciaio aravano il fondo marino scaraventando le
piccole bestiole del fondo, i crostacei e i piccoli molluschi, a
decine di metri dal bordo del mare.
Quando la tempesta passò, rapida come era arrivata, l'acqua
si placò e si ritirò. Ora la spiaggia era una distesa
di fango in cui si contorcevano nell'agonia migliaia e migliaia
di stelle marine. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata
di rosa.
Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della
costa. Arrivarono anche delle troupe televisive per filmare lo strano
fenomeno.
Le stelle marine erano quasi immobili. Stavano morendo.
Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c'era anche un bambino
che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle marine.
Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente.
All'improvviso, il bambino lasciò la mano del papà,
si tolse le scarpe e le calze e corse sulla spiaggia. Si chinò,
raccolse con le piccole mani tre piccole stelle del mare e, sempre
correndo, le portò nell'acqua. Poi tornò indietro
e ripetè l'operazione.
Dalla balaustrata di cemento, un uomo lo chiamò: "Ma
che fai ragazzino?".
"Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte
sulla spiaggia" rispose il bambino senza smettere di correre.
"Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia; non
puoi certo salvarle tutte. Sono troppe!" gridò l'uomo.
"E questo succede su centinaia di altre spiagge lungo la costa!
Non puoi cambiare le cose!".
Il bambino sorrise, si chinò a raccogliere un'altra stella
di mare e gettandola in acqua rispose: "Ho cambiato le cose
per questa qui!".
L'uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse
scarpe e calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere
stelle marine e a buttarle in acqua. Un istante dopo scesero due
ragazze ed erano in quattro a buttare stelle marine nell'acqua.
Qualche minuto dopo erano in cinquanta, cento, duecento, centinaia
di persone che buttavano stelle di mare nell'acqua.
Così furono salvate tutte. Top
LE PIETRE DELLA VITA
Un esperto in time management, tenendo un seminario ad un gruppo
di studenti, usò un'illustrazione che rimase per sempre impressa
nelle loro menti. Per colpire nel segno il suo uditorio di menti
eccellenti, propose un quiz, poggiando sulla cattedra di fronte
a sé un barattolo di vetro, di quelli solitamente usati per
la conserva di pomodoro. Chinatosi sotto la
cattedra, tirò fuori una decina di pietre, di forma irregolare,
grandi circa un pugno, e con attenzione, una alla volta, le infilò
nel barattolo.
Quando il barattolo fu riempito completamente e nessun'altra pietra
poteva essere aggiunta, chiese alla classe: "Il barattolo è
pieno?". Tutti risposero di sì. "Davvero?".
Si chinò di nuovo sotto il tavolo e tirò fuori un
secchiello di ghiaia. Versò la ghiaia agitando leggermente
il barattolo, di modo che i sassolini scivolassero negli spazi tra
le pietre. Chiese di nuovo, "Adesso il barattolo è pieno?".
A questo punto, la classe aveva capito.
"Probabilmente no" rispose uno. "Bene" replicò
l'insegnante. Si chinò sotto il tavolo e prese un secchiello
di sabbia, la versò nel barattolo, riempiendo tutto lo spazio
rimasto libero. Di nuovo, "Il barattolo è pieno?".
"No!" rispose in coro la classe. "Bene!" riprese
l'insegnante. Tirata fuori una brocca d'acqua, la versò nel
barattolo riempiendolo fino all'orlo.
"Qual' è la morale della storia?", chiese a questo
punto. Una mano si levò all'istante "La morale è,
non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda, se lavori
sodo ci sarà sempre un buco per aggiungere qualcos'altro!".
"No, il punto non è questo". "La verità
che questa illustrazione ci insegna è: se non metti dentro
prima le pietre, non ce le metterai mai." Quali sono le "pietre"
della tua vita? I tuoi figli, i tuoi cari, il tuo grado di istruzione,
i tuoi sogni, una giusta causa.
Insegnare o investire nelle vite di altri, fare altre cose che ami,
avere tempo per te stesso, la tua salute, la persona della tua vita.
Ricorda di mettere queste "pietre" prima, altrimenti non
entreranno mai. Se ti esaurisci per le piccole cose (la ghiaia,
la sabbia), allora riempirai la tua vita con cose minori di cui
ti preoccuperai non dando mai veramente "quality time"
alle cose grandi e importanti (le pietre). Questa sera, o domani
mattina, quando rifletterai su questa storiella, chiediti "Quali
sono le pietre nella mia vita?". Metti nel barattolo prima
quelle. Top
AMORE E PAZZIA
Raccontano che un giorno si riunirono in un luogo della terra tutti
i sentimenti e le qualità degli uomini. Quando la noia si
fu presentata per la terza volta, la pazzia, come sempre un po'
folle propose: "Giochiamo a nascondino!"
L'interesse alzò un sopracciglio e la curiosità senza
potersi contenere chiese: "A nascondino? Di che si tratta?"
"E' un gioco, - spiegò la pazzia - in cui io mi copro
gli occhi e mi metto a contare fino a 1000000 mentre voi vi nascondete
e, quando avrò terminato di contare, il primo di voi che
scopro prenderà il mio posto per continuare il gioco."
L'entusiasmo si mise a ballare, accompagnato dall'euforia. L'allegria
fece tanti salti che finì per convincere il dubbio e persino
l'apatia alla quale non interessava mai niente... Però non
tutti vollero partecipare. La verità
preferì non nascondersi. Perché, se poi alla fine
tutti la scoprono? La superbia pensò che fosse un gioco molto
sciocco (in fondo ciò che le dava fastidio era che non fosse
stata una sua idea) e la codardia preferì non arrischiarsi.
"Uno, due, tre..." - cominciò a contare la pazzia.
La prima a nascondersi fu la pigrizia che si lasciò cadere
dietro la prima pietra che trovò sul percorso. La fede volò
in cielo e l'invidia si nascose all'ombra del trionfo che con le
proprie forze era riuscito a salire sulla cima dell'albero più
alto. La generosità quasi non riusciva a nascondersi. Ogni
posto che trovava le sembrava meraviglioso per qualcuno dei suoi
amici.
Che dire di un lago cristallino? Ideale per la bellezza. Le fronde
di un albero? Perfetto per la timidezza. Le ali di una farfalla?
Il migliore per la voluttà. Una folata di vento? Magnifico
per la libertà. Così la generosità finì
per nascondersi in un raggio di sole. L'egoismo, al contrario trovò
subito un buon nascondiglio, ventilato, confortevole e tutto per
sé. La menzogna si nascose sul fondale degli oceani (non
è vero, si nascose dietro l'arcobaleno). La passione e il
desiderio al centro dei vulcani. L'oblio...non mi ricordo...dove?
Quando la pazzia arrivò a contare 999999 l'amore non aveva
ancora trovato un posto dove nascondersi poiché li trovava
tutti occupati, finché scorse un cespuglio di rose e alla
fine decise di nascondersi tra i suoi fiori.
"Un milione!" - contò la pazzia. E cominciò
a cercare. La prima a comparire fu la pigrizia, solo a tre passi
da una pietra. Poi udì la fede, che stava discutendo con
Dio su questioni di teologia, e sentì vibrare la passione
e il desiderio dal fondo dei vulcani. Per caso trovò l'invidia
e poté dedurre dove fosse il trionfo. L'egoismo non riuscì
a trovarlo. Era fuggito dal suo nascondiglio essendosi accorto che
c'era un nido di vespe. Dopo tanto camminare, la pazzia ebbe sete
e nel raggiungere il lago scoprì la bellezza. Con il dubbio
le risultò ancora più facile, giacché lo trovò
seduto su uno steccato senza avere ancora deciso da che lato nascondersi.
Alla fine trovò un po' tutti: il talento nell'erba fresca,
l'angoscia in una grotta buia, la menzogna dietro l'arcobaleno e
infine l'oblio che si era già dimenticato che stava giocando
a nascondino. Solo l'amore non le appariva da nessuna parte. La
pazzia cercò dietro ogni albero, dietro ogni pietra, sulla
cima delle montagne e quando stava per darsi per vinta scorse il
cespuglio di rose e cominciò a muoverne i rami.
Quando, all'improvviso, si udì un grido di dolore: le spine
avevano ferito gli occhi dell'amore...! La pazzia non sapeva più
che cosa fare per discolparsi; pianse, pregò, implorò,
domandò perdono e alla fine gli promise che sarebbe diventata
la sua guida. Da allora, da quando per la prima volta si giocò
a nascondino sulla terra, l'amore è cieco e la pazzia sempre
lo accompagna. Top
LE COSE NON SONO SEMPRE QUELLE CHE SEMBRANO…
Due angeli viaggiatori si fermarono per passare la notte nella
casa di una famiglia ricca.
Era una famiglia di persone molto avare che si rifiutarono di far
dormire i due angeli nella camera degli ospiti. Infatti concessero
loro solo un piccolo spazio fuori, sul duro e freddo pavimento del
pergolato davanti alla casa. Mentre gli angeli si preparavano come
potevano un giaciglio per terra, il più vecchio dei due vide
un buco nel muro e lo riparò. Quando l'angelo più
giovane gliene chiese il motivo lui rispose soltanto: "le cose
non sono sempre quelle che sembrano."
La notte dopo la coppia di angeli cercò riparo nella casa
di una famiglia molto povera ma molto ospitale dove furono accolti
da un contadino e da sua moglie. Dopo aver diviso con gli angeli
il seppur scarso cibo che avevano, i contadini insistettero per
cedere agli angeli i loro letti, dove finalmente gli angeli viaggiatori
poterono riposare comodamente. La mattina dopo quando il sole sorse,
gli angeli trovarono l'uomo e sua moglie in lacrime. La loro unica
mucca, la loro unica fonte di sostentamento, giaceva morta nel campo.
Il giovane angelo si infuriò e chiese al più vecchio
come avesse potuto lasciar accadere una cosa del genere. "Al
primo uomo, che pure aveva tutto, hai fatto un favore", lo
accusò; "questa famiglia benché avesse pochissimo
è stata pronta a dividere tutto con noi, e tu hai lasciato
che la loro mucca morisse!" "Le cose non sono sempre quelle
che sembrano" replicò l'angelo più anziano. "Quando
eravamo nel cortile della villa, ho notato che c'era dell'oro nascosto
nel muro e che si sarebbe potuto scoprirlo grazie a quel piccolo
buco, in modo tale che avrebbero avuto modo di trovare anche quella
ricchezza. La notte scorsa, poi, mentre dormivamo nel letto del
contadino, venne l'angelo della morte per portarsi via sua moglie.
Ed io invece di lei gli ho dato la mucca."
Le cose non sono sempre quelle che sembrano. Qualche volta questo
è precisamente quello che succede quando le cose sembrano
non andare come dovrebbero... Top
LA PORTA PICCOLA E’ SEMPRE APERTA (perdono)
Intorno alla stazione principale di una grande citta', si dava
appuntamento, ogni giorno e ogni notte, una folla di relitti umani:
barboni, ladruncoli, marocchini e giovani drogati. Di tutti i tipi
e di tutti i colori. Si vedeva bene che erano infelici e disperati.
Barbe lunghe, occhi cisposi, mani tremanti, stracci, sporcizia.
Più che di soldi, avevano tutti bisogno di un po' di consolazione
e di coraggio per vivere; ma queste cose oggi non le sa dare quasi
più nessuno.
Colpiva, tra tutti, un giovane, sporco e con i capelli lunghi e
trascurati, che si aggirava in mezzo agli altri poveri naufraghi
della città come se avesse una sua personale zattera di salvezza.
Quando le cose gli sembravano proprio andare male, nei momenti di
solitudine e di angoscia più nera, il giovane estraeva dalla
sua tasca un bigliettino unto e stropicciato e lo leggeva. Poi lo
ripiegava accuratamente e lo rimetteva in tasca.
Qualche volta lo baciava, se lo appoggiava al cuore o alla fronte.
La lettura del bigliettino faceva effetto subito.
Il giovane sembrava riconfortato, raddrizzava le spalle, riprendeva
coraggio.
Che cosa c'era scritto su quel misterioso biglietto? Sei piccole
parole soltanto: "La porta piccola è sempre aperta".
Tutto qui. Era un biglietto che gli aveva mandato suo padre.
Significava che era stato perdonato e in qualunque momento avrebbe
potuto tornare a casa. E una notte lo fece.
Trovo' la porta piccola del giardino di casa aperta. Salì
le scale in silenzio e si infilo' nel suo letto.
Il mattino dopo, quando si sveglio, accanto al letto, c'era suo
padre. In silenzio, si abbracciarono.
Il biglietto misterioso spiega che c'e' sempre una piccola porta
aperta per l'uomo. Top
I CHICCHI DI GRANO
C'era un contadino che aveva alcuni sacchi di frumento. Un giorno
li rovesciò formando una montagna di chicchi. Un chicco curioso
gli chiese: "Ma dove ci porti?" Il contadino rispose:
"Vi porterò in un campo e vi seminerò per terra!"
I chicchi risposero: "Ma è vero quello che si racconta,
che nel campo ci sarà freddo, acqua e anche gelo e che staremo
soli, sotto terra, per alcuni mesi?"
"Certamente" disse il contadino "ma poi comincerete
a spuntare come delle piccole piante e poi sentirete il vento e
l'aria calda del sole. e poi sulla vostra piccola pianta nasceranno
tanti piccoli chicchi di grano."
I chicchi si divisero in due gruppi: quelli che accettavano di essere
seminati nella terra e quelli che volevano rimanere dentro nel granaio
per stare al caldo, tutti insieme. La mattina, all'alba il contadino
prese i numerosi chicchi che avevano accettato di essere seminati.
Nel magazzino restò solo un grosso sacco: passarono nove
mesi e i chicchi rinchiusi nel
sacco seccarono e morirono, senza poter vedere il contadino che
riempiva il magazzino di sacchi con tanti nuovi chicchi di grano...
Top
IL BAMBINO E LA SORGENTE
C'era un paese che rimase senza acqua perchè tutte le sue
fonti si erano prosciugate. Gli anziani si riunirono per decidere
come si dovesse risolvere il problema. In queste riunione c'era
sempre un bambino con la mano alzata che voleva parlare: nessuno
però gli dava Ascolto e quindi non riusciva mai a parlare.
Dopo un anno, quando gli anziani avevano deciso di abbandonare il
paese perché era senza acqua, qualcuno in assemblea decise
di lasciare parlare il bambino. Lui raccontò che alcuni mesi
prima, preso da una grande sete, si era incamminato al buio e la
sua sete lo aveva guidato a trovare una sorgente di acqua limpida
e fresca. Lui ora tornava ogni notte a questa sorgente. Questo lo
voleva dire a tutti, ma nessuno lo lasciava mai parlare. Gli abitanti
di quel paese allora si fidarono del bambino e si incamminarono
dietro di lui. Top
PRENDIMI LA MANO
Un papà e il suo bambino camminavano sotto i portici di
una via cittadina su cui si affacciavano negozi e grandi magazzini.
Il papà portava una borsa di plastica piena di pacchetti
e sbuffò, rivolto al bambino. "Ti ho preso la tuta rossa,
ti ho preso il robot trasformabile ti ho preso la bustina dei calciatori...
Che cosa devo ancora prenderti?".
"Prendimi la mano" rispose il bambino. Top
I CHIODI NELLO STECCATO
C'era una volta un ragazzo con un brutto carattere. Suo padre gli
diede un sacchetto di chiodi e gli disse di piantarne uno nello
steccato del giardino ogni volta che avesse perso la pazienza e
litigato con qualcuno. Il primo giorno il ragazzo piantò
37 chiodi nello steccato. Nelle settimane seguenti, imparò
a controllarsi e il numero di chiodi piantati nello steccato diminuì
giorno per giorno: aveva scoperto che era più ' facile controllarsi
che piantare i chiodi. Finalmente arrivo ' un giorno in cui il ragazzo
non piantò nessun chiodo nello steccato. Allora andò
dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva piantato alcun
chiodo. Il padre allora gli disse di levare un chiodo dallo steccato
per ogni giorno in cui non aveva perso la pazienza e litigato con
qualcuno. I giorni passarono e finalmente il ragazzo poté
dire al padre che aveva levato tutti i chiodi dallo steccato. Il
padre porto ' il ragazzo davanti allo steccato e gli disse:"Figlio
mio, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi ci sono nello
steccato. Lo steccato non sarà ' mai più come prima.
Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di brutto, gli lasci
una ferita come queste. Puoi piantare un coltello in un uomo, e
poi levarlo, ma rimarrà sempre una ferita; non importa quante
volte ti scuserai, la ferita rimarrà. Una ferita verbale
fa male quanto una fisica. Gli amici sono gioielli rari, ti fanno
sorridere e ti incoraggiano. Sono pronti ad ascoltarti quando ne
hai bisogno, ti sostengono e ti aprono il loro cuore. Top
LE QUATTRO CANDELE (speranza)
Le quattro candele, bruciano, si consumano lentamente.
Il luogo era talmente silenzioso, che si poteva ascoltare la loro
conversazione...
La prima diceva: "Io sono la pace, ma gli uomini non riescono
a mantenermi: penso proprio che non mi resti altro da fare che spegnermi!"
Così fu, e a poco a poco, la candela si lasciò spegnere
completamente.
La seconda diceva: "Io sono la fede, purtroppo non servo a
nulla. Gli uomini non ne vogliono sapere di me, e per questo motivo
non ha senso che io resti accesa." Appena ebbe terminato di
parlare, una leggera brezza soffiò su di lei e la spense.
Triste triste, la terza candela, a sua volta disse: "Io sono
l'amore, non ho la forza per continuare a rimanere accesa. Gli uomini
non mi considerano e non comprendono la mia importanza. Essi odiano
perfino coloro che più li amano, i loro familiari."
E senza attendere oltre, la candela si lasciò spegnere.
Inaspettatamente... un bimbo in quel momento entrò nella
stanza e vide le tre candele spente. Impaurito per la semioscurità
disse: "Ma cosa fate! Voi dovete rimanere accese, io ho paura
del buio!".
E così dicendo scoppiò in lacrime. Allora la quarta
candela impietositasi disse:
"Non temere, non piangere: finché io sarò accesa,
potremo sempre riaccendere le altre tre candele: io sono la speranza".
Con gli occhi lucidi e gonfi di lacrime, il bimbo prese la candela
della speranza e riaccese tutte le altre. Top
LA FORESTA
Durante le vacanze, un uomo era uscito a passeg¬gio in una
foresta che si estendeva ai margini del vil¬laggio dove si trovava.
Errò per un paio d'ore e si perse. Girò a lungo nel
tentativo di trovare la strada per tornare al villaggio, provò
tutti i sentieri, ma nes¬suno lo portava fuori dalla foresta.
Improvvisamente si imbatté in un'altra persona che come lui
stava camminando nella foresta e gri¬dò: «Grazie
a Dio c'è un altro essere umano. Mi può indicare la
strada per tornare in paese?».
L'altro uomo gli rispose: «No, purtroppo anch'io mi sono perso.
Ma c'è un modo per poterci essere d'aiuto: è quello
di dirci quali sentieri abbiamo già provato inutilmente.
Questo ci aiuterà a trovare quello che ci porterà
fuori». Top
L'INCONTRO
«Ebbi lo scompartimento del treno tutto per me. Poi salì
una ragazza», raccontava un giovane india¬no cieco. «L'uomo
e la donna venuti ad accompagnar¬la dovevano essere i suoi genitori.
Le fecero molte raccomandazioni. Dato che ero già cieco allora,
non potevo sapere che aspetto avesse la ragazza, ma mi piaceva il
suono della sua voce».
«Va a Dehra Dun?», chiesi mentre il treno usciva dalla
stazione. Mi chiedevo se sarei riuscito a impe¬dirle di scoprire
che non ci vedevo. Pensai: se resto seduto al mio posto, non dovrebbe
essere troppo dif¬ficile.
«Vado a Saharanpur», disse la ragazza. «Là
vie¬ne a prendermi mia zia. E lei dove va?».
«A Dehra Dun, e poi a Mussoorie», risposi.
«Oh, beato lei! Vorrei tanto andare a Mussoorie. Adoro la
montagna. Specialmente in ottobre».
«Sì è la stagione migliore», dissi, attingendo
ai miei ricordi di quando potevo vedere. «Le colline sono
cosparse di dalie selvatiche, il sole è delizioso, e di sera
si può star seduti davanti al fuoco a sorseggiare un brandy.
La maggior parte dei villeggianti se n'è andata, e le strade
sono silenziose e quasi deserte».
Lei taceva, e mi chiesi se le mie parole l'avesse¬ro colpita,
o se mi considerasse solo un sentimenta¬loide. Poi feci un errore.
«Com'è fuori?» chiesi.
Lei però non sembrò trovare nulla di strano nella
domanda. Si era già accorta che non ci vedevo? Ma le parole
che disse subito dopo mi tolsero ogni dubbio. «Perché
non guarda dal finestrino?», mi chiese con la massima naturalezza.
Scivolai lungo il sedile e cercai col tatto il fine¬strino.
Era aperto, e io mi voltai da quella parte fin¬gendo di studiare
il panorama. Con gli occhi della fantasia, vedevo i pali telegrafici
scorrere via velo¬ci. «Ha notato», mi azzardai a
dire «che sembra che gli alberi si muovano mentre noi stiamo
fermi?».
«Succede sempre così», fece lei.
Mi girai verso la ragazza, e per un po' rimanem¬mo seduti in
silenzio. «Lei ha un viso interessante» dissi poi. Lei
rise piacevolmente, una risata chiara e squillante. «E' bello
sentirselo dire», fece. «Sono tal¬mente stufa di
quelli che mi dicono che ho un bel visino!».
«Dunque, ce l'hai davvero una bella faccia», pen¬sai,
e a voce alta proseguii:
«Beh, un viso interessante può anche essere mol¬to
bello».
«Lei è molto galante», disse. «Ma perché
è così serio?».
«Fra poco lei sarà arrivata», dissi in tono piutto¬sto
brusco.
«Grazie al cielo. Non sopporto i viaggi lunghi in treno».
Io invece sarei stato disposto a rimaner seduto all'infinito, solo
per sentirla parlare. La sua voce ave¬va il trillo argentino
di un torrente di montagna. Appena scesa dal treno, avrebbe dimenticato
il nostro breve incontro; ma io avrei conservato il suo ricor¬do
per il resto del viaggio e anche dopo.
Il treno entrò in stazione. Una voce chiamò la ra¬gazza
che se ne andò, lasciando dietro di sé solo il suo
profumo.
Un uomo entrò nello scompartimento, farfuglian¬do qualcosa.
Il treno ripartì. Trovai a tentoni il fine¬strino e mi
ci sedetti davanti, fissando la luce del gior¬no che per me
era tenebra. Ancora una volta potevo rifare il mio giochetto con
un nuovo compagno di viaggio.
«Mi spiace di non essere un compagno attraente come quella
che è appena uscita», mi disse lui, cer¬cando di
attaccar discorso.
«Era una ragazza interessante», dissi io. «Potreb¬be
dirmi... aveva i capelli lunghi o corti?».
«Non ricordo», rispose in tono perplesso. «Sono
i suoi occhi che mi sono rimasti impressi, non i capel¬li. Aveva
gli occhi così belli! Peccato che non le ser¬vissero
affatto... era completamente cieca. Non se n'era accorto?».
Top
I DUE BOSCAIOLI
Due boscaioli lavoravano nella stessa foresta ad abbattere alberi.
I tronchi erano imponenti, solidi e tenaci. I due boscaioli usavano
le loro asce con identica bravura,ma con una diversa tecnica: il
primo colpiva il suo albero con incredibile costanza, un colpo dietro
l’altro, senza fermarsi se non per riprendere fiato rari secondi.
Il secondo boscaiolo faceva una discreta sosta ogni ora di lavoro.
Al tramonto, il primo boscaiolo era a metà del suo albero.
Aveva sudato sangue e lacrime e non avrebbe resistito cinque minuti
di più. Il secondo era incredibilmente al termine del suo
tronco.
Avevano cominciato insieme e i due alberi erano uguali!
Il primo boscaiolo non credeva ai suoi occhi. "Non ci capisco
niente! Come hai fatto ad andare così veloce se ti fermavi
tutte le ore?". L’altro sorrise: "Hai visto che
mi fermavo ogni ora. Ma quello che non hai visto è che approfittavo
della sosta per affilare la mia ascia". Top
UN BICCHIERE D’ACQUA O IL MARE
Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà
della vita e se ne lamentò con un famoso maestro di spirito.
"Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile".
Il maestro prese una manciata di cenere e la lasciò cadere
in un bicchiere pieno di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo,
dicendo: "Queste sono le tue sofferenze". Tutta l'acqua
del bicchiere s'intorbidì e s'insudiciò.
Il maestro la buttò via. Il maestro prese un'altra manciata
di cenere, identica alla precedente, la fece vedere all'uomo, poi
si affacciò alla finestra e la buttò nel mare. La
cenere si disperse in un attimo e il mare rimase esattamente com'era
prima. "Vedi?" spiegò il maestro. "Ogni giorno
devi decidere se essere un bicchiere d'acqua o il mare". Top
L’ARAGOSTA
Tanto tempo fa, quando il mondo era stato creato da poco, una certa
aragosta decise che il Creatore aveva fatto un errore.
Così fissò un appuntamento per discutere con Lui la
questione.
“Con tutto il dovuto rispetto”, disse l’aragosta,
“vorrei protestare per il modo in cui hai disegnato il mio
guscio. Vedi, non appena mi abituo al mio rivestimento esterno,
ecco che devo abbandonarlo per un altro scomodo, e oltretutto è
una perdita di tempo”.
Al che il Creatore replicò: “Capisco, ma ti rendi conto
che è proprio il lasciare un guscio che ti permette di andare
a crescere dentro un altro?”
“Ma io mi piaccio così come sono”, disse l’aragosta.
“Hai proprio deciso così?”, chiese il Creatore.
“Certo”, rispose l’aragosta. “Molto bene”,
sorrise il Creatore, “d’ora in poi il tuo guscio non
cambierà e tu continuerai ad essere così come sei
ora”. “Molto gentile da parte Tua” disse l’aragosta
e se ne andò.
L’aragosta era molto contenta di poter continuare ad indossare
lo stesso vecchio guscio, ma giorno dopo giorno quel che prima era
una leggera e confortevole protezione cominciò a diventare
ingombrante e scomodo. Alla fine arrivò al punto di non riuscire
neanche più a respirare dentro al vecchio guscio. Allora,
con un grosso sforzo, tornò a parlare al Creatore.
“Con tutto il rispetto”, sospirò l’aragosta
“contrariamente a quello che mi avevi promesso, il mio guscio
non è rimasto lo stesso. Continua a restringersi sempre di
più”.
“No di certo”, disse il Creatore, “il tuo guscio
potrà essere diventato più duro col passare del tempo
ma è rimasto della stessa misura. Tu sei cambiata dentro,
all’interno del guscio”.
Il Creatore continuò: “Vedi, tutto cambia continuamente.
Nessuno resta lo stesso. E’ così che ho creato le cose.
La possibilità più interessante che tu hai è
quella di poter lasciare il tuo vecchio guscio, quando cresci”.
“Ah… Capisco!”, disse l’aragosta, “ma
devi ammettere che ciò è abbastanza scomodo”.
“Si”, rispose il Creatore, “ma ricorda…
ogni crescita porta con sé la possibilità di un disagio…
insieme alla grande gioia nello scoprire nuovi aspetti di sé
stesso. Ma non si può avere l’una senza l’altra”.
“Tutto ciò è molto saggio”, disse l’aragosta.
“Se permetti, ti dirò qualcosa ancora”, disse
il Creatore. “Te ne prego!”, rispose l’aragosta.
“Ogni volta che lascerai il tuo vecchio guscio e sceglierai
di crescere, costruirai una forza nuova in te. E in questa forza
troverai nuova capacità di amare te stessa e di amare coloro
che ti sono accanto… di amare la vita stessa. Top
LA CISTERNA SCREPOLATA
C’erano due cisterne molto diverse, a distanza di qualche
decina di metri.
Si guardavano e, qualche volta, facevano un po’ di conversazione.
La prima cisterna era perfetta. Le pietre che la formavano erano
salde e ben scompaginate. A tenuta stagna. Non una goccia della
preziosa acqua era mai stata persa per causa sua.
La seconda presentava invece fenditure, come delle ferite, dalle
quali fuggivano rivoletti di acqua. La prima, fiera e superba della
sua perfezione, si stagliava nettamente. Solo qualche insetto osava
avvicinarsi, o qualche uccello.
L’altra, invece, era coperta di arbusti fioriti, cespugli
e more, che si dissetavano all’acqua che usciva dalle sue
screpolature. Gli insetti ronzavano continuamente intorno a lei
e gli uccelli facevano il nido sui bordi; non era perfetta, ma si
sentiva tanto felice. Top
L’INVITO
Il signore di un castello diede una gran festa, a cui invitò
tutti gli abitanti del villaggio aggrappato alle mura del maniero.
Ma le cantine del nobiluomo, pur essendo generose, non avrebbero
potuto soddisfare la prevedibile e robusta sete di una schiera così
folta di invitati.
Il signore chiese allora un favore agli abitanti del villaggio:
“metteremo al centro del cortile dove si terrà il banchetto
un capiente barile. Ciascuno porti il vino che può e lo versi
nel barile. Tutti poi vi potranno attingere e ci sarà da
bere per tutti”.
Un uomo del villaggio prima di partire per il castello si procurò
un orcio e lo riempì d’acqua, pensando: “un po’
d’acqua nel barile passerà inosservata… nessuno
se ne accorgerà!”
Arrivato alla festa, versò il contenuto del suo orcio nel
barile comune e poi sedette a tavola. Quando i primi andarono ad
attingere, dallo spinotto del barile uscì solo acqua.
Tutti avevano pensato allo stesso modo. E avevano portato solo acqua.
Top
LE DUE SORGENTI (DARE)
La montagna si eleva verso il sole. Ma la montagna pesa. È
fatta di sassi. In qualche recesso delle sue viscere nacquero un
giorno due piccole sorgenti d'acqua limpida che cercavano di uscire
all'aperto. Ma la montagna non cedeva. Le opprimeva, le soffocava.
Durò un bel po' di tempo, finché, facendosi largo
a poco a poco, le sorgenti riuscirono a venire alla luce ai piedi
della montagna.
Com’erano stanche! Ma non c'era tempo per riposarsi. Appena
erano scaturite dalla terra sentirono delle grida provenire dal
muschio, dall’erba, dai fiorellini, dalle rose alpine: “Dateci
da bere! Dateci da bere!”. “Fossi matta!”, disse
la prima sorgente. “Ho faticato senza sosta laggiù
sottoterra, mentre voi, pigri, ve ne stavate al sole. Non vi darò
proprio niente!”.
“Non ci darai niente?”, disse il muschio piccato. “E
allora noi non ti lasceremo passare”. “Ti sbarreremo
la strada con le nostre numerose radici”, dichiarò
l'erba. “Ti copriremo, così nessuno ti troverà”,
minacciarono i cespugli di rose alpine e di rovo.
La seconda sorgente fu più condiscendente. “Bevi, sorella
erba, però fatti da parte perché io possa proseguire
il mio cammino!”. Bevvero un poco anche i cespugli ma si tennero
fuori dalla corrente. Il muschio succhiò l’acqua soltanto
da una parte. “A me basta solo inumidire la radice”,
disse la rosa alpina. “Corri pure avanti!”.
La sorgente correva. Dava da bere a tutte le piante e tutte le cedevano
il passo. E siccome correva molto rapidamente, la gola della montagna
dalla quale usciva si puliva e si allargava sempre più. La
sua acqua era fresca e limpida come cristallo.
Rotolava giù dalla montagna nella valle, saltando sopra i
sassi, bagnando i prati, lambendo le radici dei salici e più
si dava a tutti e più diventava forte e impetuosa. Lei stessa
non sapeva come. Le piante l'amavano e lasciavano che altre sorgenti
s'unissero a lei. Così essa divenne un grande fiume nel quale
vivevano numerosissimi pesci e navigavano tanti battelli.
Alla fine arrivò al mare. Quando giunse alla foce, l'azzurro
padre Oceano la prese fra le sue braccia e la baciò sulla
fronte. “E tua sorella? Dov'è tua sorella sorgente?”,
chiese. “Ah, padre! Purtroppo è diventata paludosa,
marcia e puzzolente”. “Così è la vita,
figliola mia”, disse il padre Oceano. “Tua sorella non
voleva dare agli altri ciò che aveva ricevuto. Vedi? Anch'io
oggi ti ricevo in restituzione del vapore che da me è salito
verso la montagna. La vita è dare. Tenere per se è
la morte”. Top
IL FALCO NEL POLLAIO (L’ANIMA E IL CORPO)
Un falco era stato catturato da un contadino e vi¬veva legato
per una zampa nell'aia di un cascinale. Non si era rassegnato a
vivere come un qualunque pollo. Aveva cominciato a dare strattoni
su strattoni alla corda che lo teneva avvinto ad un robusto trave
del pollaio. Fissava il cielo azzurro e partiva con tutte le sue
forze. Inesorabile, la corda lo tirava a terra. Provò e riprovò
per settimane, finché la pelle della zampa fu tutta lacerata
e le belle ali rovinate.
Alla fine si era abituato. Dopo qualche mese tro¬vava di suo
gradimento anche il mangime dei polli. Si accontentò di razzolare.
Così non si accorse che le piogge autunnali e la neve dell'inverno
avevano fatto marcire la corda che lo legava a terra.
Sarebbe bastato un ultimo modesto strattone e il falco sarebbe tornato
in libertà, padrone del cielo.
Ma non lo diede più. Il nostro corpo fatica anche solo a
salire una rampa di scale. Ma la nostra anima ha le ali. E il cielo
è nostro. Top
LA FORMICA N. 49.783.511 (GUARDARE IL CIELO)
Un formicaio ai piedi di un vecchio abete. Milioni di formiche
nere corrono senza sosta, perfettamente organizzate. Sezione trasporto
aghi e foglie; sezione ricerca semi, insetti, larve; sezione allevamento
e cura piccoli; comitato difesa dagli assalti...
Un giorno la formica n. 49.783.511 si fermò. Ansimando s'appoggiò
al lungo ago che stava trascinando e alzò lo sguardo. Si
sentiva svenire... abituata a scansare i fili d'erba, i sassolini,
i bruchi, ora i suoi occhi si smarrivano nell'azzurro immenso del
cielo, il cuore le scoppiava d'emozione guardando il grande tronco,
i rami ordinati, il verde brillante.
"N. 49.783.511 - gridò il capo settore - gli altri sgobbano
e tu poltrisci! T'assegno un quarto d'ora supplementare!".
La sera la formica n. 49.783.511 fece il recupero di lavoro. Poi
mentre tutte s'infilavano nelle tane, restò fuori e scoprì
le stelle. Un incanto!
Tutta la notte ebbe gli occhi pieni di luce. Da allora i turni supplementari
aumentavano, ma lei non si preoccupava. Diceva a tutti: "Alzate
gli occhi. c'è qualcosa di grande sopra di noi, non possiamo
portare solo larve e semi. Non avete mai guardato nemmeno l'abete!".
La prendevano in giro: "Tu guardi e guardi, ma come riempiamo
le riserve di cibo? Chi ripara la casa quando piove?".
La formica n. 49.783.511 lavorava, s'impegnava, rendeva bello il
suo formicaio. Ma brontolavano lo stesso: "Se guardare il cielo
fosse utile, dovresti essere più brava di noi, invece sei
anche tu come noi. Le stelle non servono a niente". Top
PER CHI CAMMINI?
Una storia ebraica narra di un rabbino saggio e timorato di Dio
che, una sera, dopo una giornata passata a consultare i libri delle
antiche profezie, decise di uscire per la strada a fare una passeggiata
distensiva.
Mentre camminava lentamente per una strada isolata, incontrò
un guardiano che camminava avanti e indietro, con passi lunghi e
decisi, davanti alla cancellata di un ricco podere.
"Per chi cammini, tu?", chiese il rabbino, incuriosito.
Il guardiano disse il nome del suo padrone. Poi, subito dopo, chiese
al rabbino: "E tu, per chi cammini?".
Questa domanda, conclude la storia, si conficcò nel cuore
del rabbino. Top
LE ORME DEL CREATORE
Un arabo accompagnava attraverso il deserto un esploratore francese.
E ogni mattino si prostrava a terra per adorare e pregare Dio.
Un giorno il francese gli disse: "Tu sei un ingenuo: Dio non
esiste, difatti tu non l'hai mai visto né toccato".
L'arabo non rispose.
Poco dopo il francese notò delle orme di cammello ed esclamò:
"Guarda, di qui è passato un cammello".
E l'arabo rispose: "Signore, lei è un ingenuo, il cammello
non l'ha né visto né toccato".
"Sciocco sei tu! Si vedono le orme!", replicò il
francese.
Allora l'arabo, puntando il dito verso il sole: "Ecco le orme
del Creatore: Dio c'è"... Top
IL PROFUMO DENTRO DI NOI
Gli indù raccontano una strana leggenda. La leggenda del
capriolo delle montagne.
Tanti anni fa, c'era un capriolo che sentiva continuamente nelle
narici un fragrante profumo di muschio. Saliva le verdi pendici
dei monti e sentiva quel profumo stupendo, penetrante, dolcissimo.
Sfrecciava nella foresta, e quel profumo era nell'aria, tutt'intorno
a lui.
Il capriolo non riusciva a capire da dove provenisse quel profumo
che tanto lo turbava. Era come il richiamo di un flauto a cui non
si può resistere. Perciò il capriolo prese a correre
di bosco in bosco alla ricerca della fonte di quello straordinario
e conturbante profumo.
Quella ricerca divenne la sua ossessione. Il povero animale non
badava più né a mangiare, né a bere, né
a dormire, né a nient'altro. Esso non sapeva donde venisse
il richiamo del profumo, ma si sentiva costretto a inseguirlo attraverso
burroni, foreste e colline, finché affamato, esausto, stanco
morto, andò avanti a casaccio, scivolò da una roccia
e cadde ferendosi mortalmente.
Le sue ferite erano dolorose e profonde. Il capriolo si leccò
il petto sanguinante e, in quel momento, scoprì la cosa più
incredibile. Il profumo, quel profumo che lo aveva sconvolto, era
proprio lì, attaccato al suo corpo, nella speciale "sacca"
porta muschio che hanno tutti i caprioli della sua specie.
Il povero animale respirò profondamente il profumo, ma era
troppo tardi... Top
IL FALENINO E LA STELLA (OSARE)
Una piccola falena d'animo delicato s'invaghì una volta
di una stella. Ne parlò alla madre e questa gli consigliò
d'invaghirsi invece di un abat-jour. «Le stelle non son fatte
per svolazzarci dietro», gli spiegò. «Le lampade,
a quelle sì puoi svolazzare dietro».
«Almeno lì approdi a qualcosa», disse il padre.
«Andando dietro alle stelle non approdi a niente».
Ma il falenino non diede ascolto né all'uno né all'altra.
Ogni sera, al tramonto, quando la stella spuntava s'avviava in volo
verso di essa e ogni mattina, all'alba, se ne tornava a casa stremato
dall'immane e vana fatica.
Un giorno il padre lo chiamò e gli disse: «Non ti bruci
un'ala da mesi, ragazzo mio, e ho paura che non te la brucerai mai.
Tutti i tuoi fratelli si sono bruciacchiati ben bene volteggiando
intorno ai lampioni di strada, e tutte le tue sorelle si sono scottate
a dovere intorno alle lampade di casa. Su avanti, datti da fare,
vai a prenderti una bella scottatura! Un falenotto forte e robusto
come te senza neppure un segno addosso!».
Il falenino lasciò la casa paterna ma non andò a volteggiare
intorno ai lampioni di strada nè intorno alle lampade di
casa: continuò ostinatamente i suoi tentativi di raggiungere
la stella, che era lontana migliaia di anni luce. Lui credeva invece
che fosse impigliata tra i rami più alti di un olmo.
Provare e riprovare, puntando alla stella, notte dopo notte, gli
dava un certo piacere, tanto che visse fino a tardissima età.
I genitori, i fratelli e le sorelle erano invece morti tutti bruciati
ancora giovanissimi. Top
SOTTO LA STUFA (CERCARE)
Ai giovani che venivano da lui per la prima vol¬ta, Rabbi Bunam
raccontava la storia di Rabbi Eze¬chia, figlio di Rabbi Jekel
di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non
avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno
l'or¬dine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte
che conduce al palazzo reale.
Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eze¬chia
si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato
giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di
scavare nel luo¬go indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte
le matti¬ne, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capita¬no
delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò
e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse
qualcuno. Ezechia gli raccontò il sogno che lo aveva spinto
fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò
a ridere: «E tu, po¬veraccio, per dar retta a un sogno
sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei
sogni! Allora anch'io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire
a un sogno e andare fino a Cracovia, in ca¬sa di un ebreo, un
certo Ezechia, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa!
Ezechia, figlio di Je¬kel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare
e mette¬re a soqquadro tutte le case in una città in
cui metà degli ebrei si chiamano Ezechia e l'altra metà
Jekel!».
E rise nuovamente. Ezechia lo salutò, tornò a casa
sua e cercò sotto la stufa.
Trovò il tesoro e lo dissotterrò e con esso costruì
la sinagoga del suo villaggio. Top
LA TRAPPOLA PER TOPI
Un topo stava guardando attraverso un buco nella parete, spiando
quello che il contadino e sua moglie stavano facendo. Avevano appena
ricevuto un pacco e lo stavano scartando tutti contenti.
"Sicuramente conterrà del cibo" pensò il
topo.
Ma quando il pacco fu aperto il piccolo roditore rimase senza fiato.
Quella che il contadino teneva in mano non era roba da mangiare,
era una trappola per topi!
Spaventato, il topo cominciò a correre per la fattoria gridando:
"State attenti! C'è una trappola per topi in casa! C'è
una trappola per topi in casa!".
La gallina, che stava scavando per terra alla ricerca di semi e
vermetti, alzò la testa e disse: "Mi scusi, signor Topo,
capisco che questo può costituire per lei un grande problema,
ma una trappola per topi non mi riguarda assolutamente. Sinceramente
non mi sento coinvolta nella sua paura". E, detto questo, si
rimise al lavoro per procurarsi il pranzo.
Il topo continuò a correre gridando: "State tutti attenti!
C'è una trappola per topi in casa! C'è una trappola
per topi in casa!". Casualmente incontrò il maiale che
gli disse con aria accattivante: "Sono veramente dispiaciuto
per lei, signor Topo, veramente dispiaciuto, mi creda. ma non c'è
assolutamente nulla che io possa fare".
Ma il topo aveva già ripreso a correre verso la stalla dove
una placida mucca ruminava, sonnecchiando, il suo fieno.
"Una trappola per topi? - gli disse - E lei crede che costituisca
per me un grave pericolo?". Fece una risata e riprese a mangiare
tranquillamente.
Il topo, triste e sconsolato, ritornò alla sua tana preparandosi
a dover affrontare la trappola tutto da solo.
Proprio quella notte, in tutta la casa si sentì un fortissimo
rumore, proprio il suono della trappola che aveva catturato la sua
preda. La moglie del contadino schizzò fuori dal letto per
vedere cosa c'era nella trappola ma, a causa dell'oscurità,
non si accorse che nella trappola era stato preso un grosso serpente
velenoso. Il serpente la morse.
Subito il contadino, svegliato dalle urla di lei, la caricò
sulla macchina e la portò all'ospedale dove venne sottoposta
alle prime cure. Quando ritornò a casa, qualche giorno dopo,
stava meglio ma aveva la febbre alta. Ora tutti sanno che quando
uno ha la febbre non c'è niente di meglio che un buon brodo
di gallina. E così il contadino andò nel pollaio e
uccise la gallina trasformandola nell'ingrediente principale del
suo brodo. La donna non si ristabiliva e la notizia del suo stato
si diffuse presso i parenti che la vennero a trovare e a farle compagnia.
Allora il contadino pensò che, per dare da mangiare a tutti,
avrebbe fatto meglio a macellare il suo maiale. E così fece.
Finalmente la donna guarì e il marito, pieno di gioia, organizzò
una grande festa a base di vino novello e bistecche cotte sul barbecue.
Inutile dire quale animale fornì la materia prima. Top
IL CANE ALLO SPECCHIO
Vagabondando qua e là, un grosso cane finì in una
stanza in cui le pareti erano dei grandi specchi.
Così si vide improvvisamente circondato da cani. Si infuriò,
cominciò a digrignare i denti e a ringhiare. Tutti i cani
delle pareti, naturalmente, fecero altrettanto, scoprendo le loro
minacciose zanne.
Il cane cominciò a girare vorticosamente su se stesso per
difendersi contro gli attaccanti, poi abbaiando rabbiosamente si
scagliò contro uno dei suoi presunti assalitori.
Finì a terra tramortito e sanguinante per il tremendo urto
contro lo specchio.
Avesse scodinzolato in modo amichevole una sola volta, tutti i cani
degli specchi l'avrebbero ricambiato. E sarebbe stato un incontro
festoso. Top
SI TROVA SEMPRE CIÒ CHE SI ASPETTA DI
TROVARE
C'era una volta un uomo seduto ai bordi di un'oasi all'entrata
di una città del Medio Oriente. Un giovane si avvicinò
e gli domandò: "Non sono mai venuto da queste parti.
Come sono gli abitanti di questa città?".
Il vecchio gli rispose con una domanda: "Com'erano gli abitanti
della città da cui vieni?".
"Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire
di là".
"Così sono gli abitanti di questa città",
gli rispose il vecchio.
Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all'uomo egli pose
la stessa domanda: "Sono appena arrivato in questo paese. Come
sono gli abitanti di questa città?".
L'uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: "Com'erano gli
abitanti della città da cui vieni?".
"Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici
e ho fatto molta fatica a lasciarli".
"Anche gli abitanti di questa città sono così",
rispose il vecchio.
Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all'abbeveraggio aveva
udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò
si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: "Come puoi dare
due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta
da due persone?".
"Figlio mio", rispose il vecchio, "ciascuno porta
il suo universo nel cuore. Chi non ha trovato niente di buono in
passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario,
colui che aveva degli amici nell'altra città troverà
anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, le persone
sono ciò che noi troviamo in loro". Top
LA FORESTA
Durante le vacanze, un uomo era uscito a passeg¬gio in una
foresta che si estendeva ai margini del vil¬laggio dove si trovava.
Errò per un paio d'ore e si perse. Girò a lungo nel
tentativo di trovare la strada per tornare al villaggio, provò
tutti i sentieri, ma nes¬suno lo portava fuori dalla foresta.
Improvvisamente si imbatté in un'altra persona che come lui
stava camminando nella foresta e gri¬dò: «Grazie
a Dio c'è un altro essere umano. Mi può indicare la
strada per tornare in paese?».
L'altro uomo gli rispose: «No, purtroppo anch'io mi sono perso.
Ma c'è un modo per poterci essere d'aiuto: è quello
di dirci quali sentieri abbiamo già provato inutilmente.
Questo ci aiuterà a trovare quello che ci porterà
fuori». Top
IL CIECO E LO ZOPPO
Un giorno, in un bosco molto frequentato scop¬piò un
incendio. Tutti fuggirono, presi dal panico. Rimasero soltanto un
cieco e uno zoppo. In preda alla paura, il cieco si stava dirigendo
proprio verso il fron¬te dell'incendio.
«Non di là!» gli gridò lo zoppo. «Finirai
nel fuoco!».
«Da che parte, allora?» chiese il cieco.
«Io posso indicarti la strada» rispose lo zoppo «ma
non posso correre. Se tu mi prendi sulle tue spalle, potremmo scappare
tutti e due molto più in fretta e metterci al sicuro».
Il cieco seguì il consiglio dello zoppo. E i due si salvarono
insieme. Top
LA FONTANA
In un villaggio islamico del Libano un piccolo gruppo di persone
divenne cristiano. Immediatamente si chiusero per loro tutte le
porte della comunità. Gli uomini non potevano più
stare con gli altri uomini in piazza a fumare e chiacchierare, le
donne non po¬tevano più attingere acqua alla fontana
del villaggio. I nuovi cristiani furono costretti a scavarsi una
fon¬tana per conto loro.
Un giorno la fontana del villaggio si inaridì e sec¬cò.
Allora i cristiani invitarono i loro compaesani a venire ad attingere
acqua alla loro fontana. Fecero di più: sulle loro case appesero
un piccolo cartello che diceva: «Qui abitano dei cristiani».
Ciascuno sapeva così che in quella casa avrebbe trovato un
aiuto e una mano tesa. Top
LE TRE PIPE
Un vecchio saggio indiano dava questo consiglio agli irruenti giovani
della sua tribù: «Quando sei ve¬ramente adirato
con qualcuno che ti ha mortalmente offeso e decidi di ucciderlo
per lavare l'onta, prima di partire siediti, carica ben bene di
tabacco una pipa e fumala.
Finita la prima pipa, ti accorgerai che la mor¬te, tutto sommato,
è una punizione troppo grave per la colpa commessa. Ti verrà
in mente, allora, di an¬dare a infliggergli una solenne bastonatura.
Prima di impugnare un grosso randello, siediti, carica una seconda
pipa e fumala fino in fondo. Alla fine penserai che degli insulti
forti e coloriti po¬trebbero benissimo sostituire le bastonate.
Bene! Quando stai per andare a insultare chi ti ha offeso, siediti,
carica la terza pipa, fumala, e quan¬do avrai finito, avrai
solo voglia di riconciliarti con quella persona». Top
LA STORIA DEI COLORI
In principio i colori non esistevano, Dio aveva già creato
il mondo, il cielo, il mare, le, montagne, le piante, i fiori e
gli animali. Era tutto a posto, ma tutto in bianco e nero. La fantasia
del Creatore però non poteva accontentarsi di un mondo così
monotono e triste, e dal suo Amore fece esplodere la brillantezza
del verde, lo splendore del giallo, la profondità del blu,
il calore del rosso e tutti gli altri colori così belli e
diversi che è impossibile descriverli.
Appena nati i colori erano pieni di entusiasmo e scorrazzavano felici
a prendere possesso del creato, ma le cose non erano per niente
semplici: l'azzurro riempì subito il cielo e il giallo colorò
il sole, ma presto arrivò il grigio e li scacciò,
portando un sacco di nuvole, poi cadde la notte e venne il blu e
poi il nero. Il verde andò sulle foglie e sulle piante ma
quando arrivò l'autunno dovette cedere il posto al giallo,
al marrone, al rosso...
I colori cominciarono a litigare tra di loro, perché non
erano capaci di stare insieme, ognuno voleva tutto per sé
e non accettava le presenza degli altri: anche gli animali si trovavano
a cambiare il colore della pelliccia o delle piume, con strani accostamenti
oppure macchie e striature a causa della guerra tra i colori.
Poco alla volta la situazione peggiorò fino a diventare insostenibile:
tutto cambiava di colore vorticosamente e non si poteva fissare
gli occhi un attimo su qualcosa che subito cambiava di colore. I
colori stessi, in origine così vivi e brillanti, avevano
perso la loro bellezza e procuravano nausea.
"Ora basta! - disse il Padreterno - non posso lasciare il mondo
in questo stato!", e con tutto l'impegno di cui era capace
creò l'arcobaleno. Era più bello di qualunque cosa
si potesse mai immaginare, e subito i colori smisero la loro folle
giostra per fermarsi a contemplare la nuova creatura... poi tutti
vollero farne parte, e con immensa meraviglia scoprirono che c'era
un posto preciso per ciascuno: il rosso accanto al giallo, in mezzo
l'arancione, poi il verde, l'azzurro il blu... con mille altre nuove
sfumature una più bella dell'altra!
Era incredibile, ma i colori avevano fatto pace. Dopo la tempesta
che aveva sconvolto il creato ora andavano tutti d'accordo, con
gioia si cedevano il passo l'un l'altro, si prendevano per mano
in accostamenti da sogno, si abbracciavano contenti per creare nuove
tinte; il mondo era colorato dall'armonia dell'Amore.
Anche oggi i colori vivono in pace ed armonia; talvolta per ricordare
l'origine della loro concordia (o per insegnarla ad altri) si riuniscono
festanti nell'arcobaleno: la gioia dei nostri occhi e del nostro
cuore, magico ponte che unisce il cielo e la terra, l'anima e il
corpo, il passato e il futuro. Top
L'AVVENTURA DEI RICCI
Un'estate, una famiglia di ricci venne ad abitare nella foresta.
Il tempo era bello, faceva caldo, e tut¬to il giorno i ricci
si divertivano sotto gli alberi. Fol¬leggiavano nei campi, nei
dintorni della foresta, gio¬cavano a nascondino tra i fiori,
acchiappavano mo¬sche per nutrirsi e, la notte, si addormentavano
sul muschio, nei pressi delle tane. Un giorno, videro una foglia
cadere da un albero: era autunno. Giocarono a rincorrere la foglia,
dietro le foglie che cadevano sempre più numerose; ed essendo
le notti diventate un po' più fredde, dormivano, sotto le
foglie secche.
Faceva però sempre più freddo. Nel fiume a vol¬te
si formava il ghiaccio.
La neve aveva ricoperto le foglie. I ricci trema¬vano tutto
il giorno, e la notte non potevano chiude¬re occhio, tanto avevano
freddo.
Così una sera, decisero di stringersi uno accanto all'altro
per riscaldarsi, ma fuggirono ben presto ai quattro angoli della
foresta: con tutti quegli aghi si erano feriti il naso e le zampe.
Timidamente, si av¬vicinarono ancora, ma di nuovo si punsero
il muso. E tutte le volte che uno correva verso l'altro, capita¬va
là stessa cosa.
Era assolutamente necessario trovare un modo per stare vicini: gli
uccelli si tenevano caldo uno con l'al¬tro, così pure
i conigli, le talpe e tutti gli animali.
Allora, con dolcezza, a poco a poco, sera dopo sera, per potersi
scaldare senza pungersi, si accosta¬rono l'uno all'altro, ritirarono
i loro aculei e, con mille precauzioni, trovarono infine la giusta
misura.
Il vento che soffiava non dava più fastidio; ora potevano
dormire al caldo tutti insieme. Top
IL PAESE DEI CANI
C'era una volta uno strano piccolo paese. Era composto in tutto
di novantanove casette, e ogni casetta aveva un giardinetto con
un cancelletto, e dietro il cancelletto un cane che abbaiava.
Facciamo un esempio. Fido era il cane della casetta numero uno e
ne proteggeva gelosamente gli abitanti, e per farlo a dovere abbaiava
con impegno ogni volta che vedeva passare qualcuno degli abitanti
delle altre novantotto casette, uomo, donna o bambino.
Lo stesso facevano gli altri novantotto cani, e avevano un gran
da fare ad abbaiare di giorno e di notte, perché c'era sempre
qualcuno per la strada.
Facciamo un altro esempio. Il signore che abitava la casetta numero
99, rientrando dal lavoro, doveva passare davanti a novantotto casette,
dunque a novantotto cani che gli abbaiavano dietro mostrandogli
fauci e facendogli capire che avrebbero volentieri affondato le
zanne nel fondo dei suoi pantaloni. Lo stesso capitava agli abitanti
delle altre casette, e per strada c'era sempre qualcuno spaventato.
Figurarsi se capitava un forestiero. Allora i novantanove cani abbaiavano
tutti insieme, le novantanove massaie uscivano a vedere che succedeva,
poi rientravano precipitosamente in casa, sprangavano la porta,
passavano in fretta gli avvolgibili e stavano zitte zitte dietro
le finestre a spiare fin che il forestiero non fosse passato.
A forza di sentir abbaiare i cani gli abitanti di quel paese erano
diventati tutti un po' sordi, e tra loro parlavano pochissimo. Del
resto non avevano mai avuto grandi cose da dire e da ascoltare.
Pian piano, a starsene sempre zitti e immusoniti, disimpararono
anche a parlare. E alla fine capitò che i padroni di casa
si misero ad abbaiare come i loro cani. Loro forse credevano di
parlare, ma quando aprivano la bocca si udiva una specie di "bau
bau" che faceva venire la pelle d'oca. E così, abbaiavano
i cani, abbaiavano gli uomini e le donne, abbaiavano i bambini mentre
giocavano, le novantanove villette sembravano diventate novantanove
canili.
Però erano graziose, avevano tendine pulite dietro i vetri
e perfino gerani e piantine grasse sui balconi.
Una volta capitò da quelle parti Giovannino Perdigiorno,
durante uno dei suoi famosi viaggi. I novantanove cani lo accolsero
con un concerto che avrebbe fatto diventare nervoso un paracarro.
Domandò un’informazione a una donna ed essa gli rispose
abbaiando. Fece un complimento a un bambino e ne ricevette in cambio
un ululato.
"Ho capito, - concluse Giovannino - E' un'epidemia".
Si fece ricevere dal sindaco e gli disse: "Io un rimedio sicuro
ce l'avrei. Primo, fate abbattere tutti i cancelletti, tanto i giardini
cresceranno benissimo anche senza inferriate. Secondo, mandate i
cani a caccia, si divertiranno di più e diventeranno più
gentili. Terzo, fate una bella festa da ballo e dopo il primo valzer
imparerete a parlare di nuovo".
Il sindaco gli rispose: "Bau! Bau"!
"Ho capito, - disse Giovannino, - il peggior malato è
quello che crede di essere sano".
E se ne andò per i fatti suoi.
Di notte, se sentite abbaiare molti cani insieme in lontananza,
può darsi che siano dei cani cani, ma può anche darsi
che siano gli abitanti di quello strano, piccolo paese. Top
IL FUOCO
Sei persone, colte dal caso nel buio di una gelida nottata, su
un'isola deserta, si ritrovarono ciascuna con un pezzo di legno
in mano. Non c'era altra legna nell'isola persa nelle brume del
mare del Nord.
Al centro un piccolo fuoco moriva lentamente per mancanza di combustibile.
Il freddo si faceva sempre più insopportabile.
La prima persona era una donna, ma un guizzo della fiamma illuminò
il volto di un immigrato dalla pelle scura. La donna se ne accorse.
Strinse il pugno intorno al suo pezzo di legno. Perché consumare
il suo legno per scaldare uno scansafatiche venuto a rubare pane
e lavoro?
L'uomo che stava al suo fianco vide uno che non era del suo partito.
Mai e poi mai avrebbe sprecato il suo bel pezzo di legno per un
avversario politico.
La terza persona era vestita malamente e si avvolse ancora di più
nel giaccone bisunto, nascondendo il suo pezzo di legno. Il suo
vicino era certamente ricco. Perché doveva usare il suo ramo
per un ozioso riccone?
Il ricco sedeva pensando ai suoi beni, alle due ville, alle quattro
automobili e al sostanzioso conto in banca. Le batterie del suo
telefonino erano scariche, doveva conservare il suo pezzo di legno
a tutti i costi e non consumarlo per quei pigri e inetti.
Il volto scuro dell'immigrato era una smorfia di vendetta nella
fievole luce del fuoco ormai spento. Stringeva forte il pugno intorno
al suo pezzo di legno. Sapeva bene che tutti quei bianchi lo disprezzavano.
Non avrebbe mai messo il suo pezzo di legno nelle braci del fuoco.
Era arrivato il momento della vendetta.
L'ultimo membro di quel mesto gruppetto era un tipo gretto e diffidente.
Non faceva nulla se non per profitto. Dare soltanto a chi dà,
era il suo motto preferito. Me lo devono pagare caro questo pezzo
di legno, pensava.
Li trovarono così, con i pezzi di legno stretti nei pugni,
immobili nella morte per assideramento.
Non erano morti per il freddo di fuori, erano morti per il freddo
di dentro. Top
DUE TESTE
Sulle sponde d'un lago nell'India del Nord, c'era una volta uno
strano uccello che ave¬va due teste, una a destra e una a sinistra.
Due teste ma un corpo solo.
Un giorno, mentre gironzolava in cerca di cibo, con gli occhi della
testa di destra vide un favo di miele selvatico, e subito vi si
but¬tò sopra.
La testa di sinistra disse:
«Dammene anche a me».
Ma la testa di destra non diede ascolto, e se lo beccò tutto
in pochi istanti. Allora la testa di sinistra giurò vendetta;
e mentre l'uccello vagava per un bosco, ecco a sinistra certe bacche
amarissime. La testa di sinistra le scorse per prima e, pur sapendo
che non erano buone e avrebbero fatto male allo stomaco, ne beccò
quante poté.
E nel frattempo pensava:
«Poi avremo mal di pancia; ma gli sta bene, a quell'egoista
dell'altra parte; così impara la solidarietà».
Poco dopo, l'uccello si sentì colto da atroci dolori: le
bacche erano velenose, e in breve tempo gli causarono la morte.
Morirono ugualmente le due teste, quella di destra e quella di sinistra,
perché nessuna delle due aveva avuto cervello. Top
LA STORIA DEI BISCOTTI
Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d'attesa di
un grande aeroporto.
Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo,decise di comprare
un libro per ammazzare il tempo.
Compro' anche un pacchetto di biscotti. Si sedette nella sala VIP
Per stare più tranquilla.
Accanto a lei c'era la sedia con i biscotti e dall'altro lato un
signore che stava leggendo il giornale. Quando lei comincio' a prendere
il primo biscotto, anche l'uomo ne prese uno, lei si senti' indignata
ma non Disse nulla e continuo' a leggere il suo libro.
Tra se' penso' "ma tu guarda se solo avessi un po’ piu'
di coraggio gli avrei gia' dato un pugno..."
Cosi' ogni volta che lei prendeva un biscotto, l'uomo accanto a
lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui.
Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna penso'
"ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno
finit tutti!!"
L'uomo prese l'ultimo biscotto e lo divise a meta'!
"Ah!, questo e' troppo" penso' e comincio a sbuffare indignata,
si prese le sue cose, il libro, la sua borsa e si incammino' verso
l'uscita della sala d'attesa.
Quando si senti' un po' meglio e la rabbia era passata, si sedette
in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l'attenzione
ed evitare altri dispiaceri.
Chiuse il libro e apri' la borsa per infilarlo dentro quando...
nell'aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora
tutto intero nel suo interno.
Senti' tanta vergogna e capi' solo allora che il pacchetto di biscotti
uguale al suo era di quell' uomo seduto accanto a lei che pero'
aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso
o superiore,al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura
si sentiva ferita nell'orgoglio. Top
CAROTE, UOVA O CAFFE'?
Una figlia si lamentava con suo padre circa la sua vita e di come
le cose le risultavano tanto difficili. Non sapeva come fare per
proseguire e credeva di darsi per vinta. Era stanca di lottare.
Sembrava che quando risolveva un problema, ne apparisse un altro.
Suo padre, uno chef di cucina, la portò al suo posto di lavoro.
Lì riempì tre pentole con acqua e le pose sul fuoco.
Quando l'acqua delle tre pentole stava bollendo, in una collocò
carote, in un'altra collocò uova e nell'ultima collocò
grani di caffè. Lasciò bollire l'acqua senza dire
parola.
La figlia aspettò impazientemente, domandandosi cosa stesse
facendo il padre. Dopo venti minuti egli spense il fuoco. Tirò
fuori le carote e le collocò in una scodella. Tirò
fuori le uova e le collocò in un altro piatto. Finalmente,
colò il caffè e lo mise in un terzo recipiente.
Guardando sua figlia, le chiese:
'Cara figlia mia, carote, uova o caffè?'
La fece avvicinare e le chiese che toccasse le carote: ella lo fece
e notò che erano soffici.
Le chiese quindi di prendere un uovo e di romperlo: mentre lo tirava
fuori dal guscio, osservò l'uovo sodo.
Poi le chiese che provasse il caffè, ed ella sorrise mentre
godeva del suo ricco aroma.
Umilmente la figlia domandò:
'Cosa significa questo, padre?'
Egli le spiegò che i tre elementi avevano affrontato la stessa
avversità, 'l'acqua bollente', ma avevano reagito in maniera
differente. La carota arrivò all'acqua forte, dura, superba;
ma dopo avere passato per l'acqua, bollendo era diventata debole,
facile da disfare. L'uovo era arrivato all'acqua fragile, il suo
guscio fine proteggeva il suo interno molle, ma dopo essere stato
in acqua, bollendo, il suo interno si era indurito. Invece, i grani
di caffè, erano unici: dopo essere stati in acqua, bollendo,
avevano cambiato l'acqua.
'Quale sei tu, figlia?', le chiese.
'Quando l'avversità suona alla tua porta, come rispondi?
Sei una carota che sembra forte, ma quando l'avversità ed
il dolore ti toccano, diventi debole e perdi la tua forza? Sei un
uovo che comincia con un cuore malleabile e buono di spirito, ma
che dopo una morte, una separazione, un licenziamento, una pietra
durante il tragitto diventa duro e rigido?
Esternamente ti vedi uguale, ma sei amareggiata ed aspra, con uno
spirito ed un cuore indurito?
O sei come un grano di caffè? Il caffè cambia l'acqua,
l'elemento che gli causa dolore. Quando l'acqua arriva al punto
di ebollizione, il caffè raggiunge il suo miglior sapore.
Se sei come il grano di caffè, quando le cose si mettono
peggio, tu reagisci in forma positiva, senza lasciarti vincere,
e fai si che le cose che ti succedono migliorino, che esista sempre
una luce che illumina la tua strada davanti all'avversità
e quella della gente che ti circonda. Per questo motivo non mancare
mai di diffondere con la tua forza e positività il dolce
aroma del caffè!'.Top
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